Egr. dr. Camaioni,
rumori di fondo da tutta la vallata del Tevere arrivano in modo fastidioso in quest’aere dell’ Aventino. Mi son desto perché mi son chiesto: giammai dolori affliggono il popolo, che fino ad ora era ilare e contento al sol pensiero di gustar il prelibato nettare ricco di sapor di latte e miele che distribuito con maestria dal suo Cesare ha preso sapor di fiele o che il Cesare trabocca le sue fauci lasciando guardar il popolo senza bussola. Quando le legioni, i patrizi, i mercanti sono liberi di riempire le loro otri e stomaci di bue cuciti con maestria da lustrini d’oro sono in difficoltà gastrica e respiratoria va tutto bene, il Cesare è contento perché “voi e noi siamo la stessa cosa”. Se il popolo mugugna, qualche ossa tolto a grassi cani di corte gettati al loro cospetto sarà sufficiente per lenire i dolori. È gia al popolo cane cosa importa se la gabbia o la celletta d’alveare in cui vive è stretta, affumicata dai soffi da rigurgito del palazzo. Cosa serve al popolo vivere in un ambiente che non dia fastidio ai suoi occhi, ai suoi polmoni, al suo orecchio, perché almeno quando si vuol fare almeno una abbaiata di gusto a pieni polmoni gli è impedita, quando vuol andare a pisciare al fianco di una pianta, come la natura gli ha insegnato, si accorge che la pianta in realtà non è pianta ma cemento truccato da arbusto verde. Ma al di la della pianta il difficile è che ti viene un tormento terribile che ti dice: vuoi mettere che le cagne non sono più come quelle di una volta, ma sono finte!
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