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Commenti
Calma! La butto giù così, “una tantum”. Come se mi fossi fatto una canna. Anche due. Tra un po’ mi passa, tranquilli. E torno di qua della “siepe”.
Delirante incipit per anticipare la mia sul terzo spunto di riflessione, quello sull’Estetica – in senso lato - come fine ultimo del nostro stesso esistere. A casa mia fanno bella mostra di sé, sulle pareti, alcuni ingrandimenti fotografici testimoni del mio scarsissimo gironzolare per il mondo. Tema unico degli scatti: l’opera dell’uomo. Due notturni in campo largo di Notre-Dame e di Westminster Palace, un particolare dei Fori Imperiali, l’interno di un giardino imperiale cinese. Accompagnati dalla dicitura: “l’uomo è l’affilata punta di una lancia la cui asta affonda nei millenni”. Ma quello che io definisco con un po’ d’enfasi il mio capolavoro è lo scatto di un lungo corridoio del vecchio Louvre. La sovraesposizion e del corridoio dovuta alla sua luminosità ha fatto sì che tutto il resto intorno risultasse sottoesposto e quindi scurissimo, praticamente nero. Descrivo la foto. Uno sfondo nero a 360°, al centro la lama di luce del corridoio con tutti i suoi dettagli in chiara evidenza, e in fondo, al centro del corridoio, un’unica, sola presenza umana che avanza nella mia direzione. Le ho dato un titolo: il Nulla, l’Uomo, e dell’Uomo l’Opera. Cosa sarebbe l’Uomo senza la secolare, millenaria, oserei dire immortale testimonianza della sua Opera? E subito, d’istinto, una drammatica constatazione: la Bellezza è quasi sempre figlia del potere, della ricchezza, della disuguaglianza, della sopraffazione. Perché la Bellezza non è solo produzione immateriale. Una poesia è testimone di una singola eccezionale sensibilità capace di fare musica e immagini con fredde parole. Una sinfonia di una rarissima attitudine personale nel dare armoniosa complessità a suoni di per sé elementari. Un dipinto, come una scultura, di una singolare capacità artistica di restituirci una visione della realtà/irrealtà filtrata dall’occhio (interno) dell’autore. Ma già dipinti e sculture spesso sono stati commissionati dai potenti di turno. Siamo sicuri che avremmo la Gioconda se non fosse esistita la Signoria di turno? E quale sarebbe il nostro patrimonio artistico senza i vituperati Papi tardo-medievali e rinascimentali? Ma è soprattutto nell’architettu ra e nell’ingegneria monumentale che la grandezza dell’Uomo viene esaltata. Perché espressione non di una singola eccezionalità, ma di una civiltà nel suo complesso, nel bene e nel male… anzi, per dirla con parole non mie, “al di là del bene e del male”. Soprattutto al di là di quell’innegabil e “male”, in ossequio alle categorie già citate, che ha permesso che ci siano stati (e sempre ci saranno) pochi che volevano e ordinavano, e molti che, volenti o nolenti, dovevano eseguire. Sì, la Bellezza ha come padre il privilegio e come madre la sofferenza. E forse per questo è ancora più Bellezza. Tant’è che la sua produzione è inversamente proporzionale alla produzione di uguaglianza sociale. E la Bellezza è prerogativa esclusiva dell’essere umano. Tutto il resto è “funzionalità”. Comprese quelle opere della natura che l’uomo stesso ha definito belle. Per cui se non sono sue come genesi, lo diventano nel giudizio. Altra esclusiva opzione dell’essere umano.
L’Uomo. Una contraddizione ontologica. Una perfetta macchina bellica perennemente anelante la pace. Un insaziabile carnivoro che incensa le insalate. Lo squalo di “Alla ricerca di Nemo”. Meglio ancora: Grisù il draghetto. La metafora perfetta. Ve lo ricordate Grisù? Il draghetto che voleva fare il pompiere ma finiva sempre travolto dal suo destino? Che era quello d’incendiare.
L’Uomo e la Guerra. In fondo in fondo cos’è la Guerra se non l’estremo tentativo dell’Uomo di sconfiggere la Noia? E la Bellezza l’estremo tentativo di distrarsi dall’ancestrale richiamo (“Basic Instinct” direbbe Paul Verhoeven)? Salvo poi rendersi conto che hai bisogno di batterti per gustare appieno il menù del bello.
E la Politica? Non è forse uno dei tanti modi di fare la Guerra? Tentare di essere il vincitore invece che il vinto. Essere colui che vuole e ordina, e non colui che, volente o nolente, esegue.
Che dite? Se la Storia ci racconta che non è possibile intervenire nel metodo, è almeno possibile farlo nel merito? Realizzando un osceno sincretismo di quanto vaneggiato sopra… potrebbe intavolarsi un confronto su un’Estetica della Politica? Un tentativo di coniugare il bello con il funzionale, il vinto con il vincitore, di far sì che la politica diventi infine davvero uno strumento a disposizione di una “gens”, pur conservando la sua caratteristica di definire, sempre nella “gens”, chi è colui che ordina e chi invece colui che esegue. E stavolta sul serio. Non come si dice sempre negli ipocriti discorsi elettorali, dove si accarezza l’elettore dicendogli che saremo i suoi servitori e non i suoi generali. Mentre andrebbe detto loro il vero, cioè il contrario. Rendendoli però edotti – soprattutto coscienti - che se la Storia la pensano i generali, sono i soldati che poi la scrivono. E anche per tentare di sfuggire a quella perversa logica “tertium non datur” (so che il latino vi piace…) che ci vuole o rimovibili numeri di un conto profitti/perdite, o inamovibili meccanismi di un ingranaggio che si autoalimenta.
Come dici? E’ ora che chiudo? Sì, forse hai ragione… come? Se mi son fatto una canna?! No, dai! Sarebbe la seconda. Anche la terza… Vabbè, hai ragione. Buonanotte.
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